Interventi educativi

Affacciandoci sulle proposte che offre la didattica speciale per i sordi, al di là degli strumenti e delle tecniche adeguate per i bisogni educativi speciali del bambino sordo, c’imbattiamo in una grande diatriba irrisolta, antica e per nulla superata: in che modo comunicare con i sordi durante la loro educazione e la loro istruzione?

In Italia esistono due grandi filoni in forte dissonanza tra loro: il metodo orale e il metodo bilingue.

L’origine della contesa nasce a livello europeo durante il secolo dell’Illuminismo, quando sorgono due figure antagoniste tra loro: da un lato Samuele Heincke, dove grazie all’intervento del principe Federico Augusto, fonda nel 1788 in Germania (Lipsia) una scuola pubblica per discenti sordi. Heincke dà importanza alle sensazioni gustative e visive, alla parola scritta come mezzo principale d’istruzione associata a quella parlata come base dell’insegnamento mentre contrasta il metodo mimico, in quanto convinto che la parola è la prima forma naturale del pensiero e l’unica in grado di togliere il sordo dall’isolamento ed inserirlo nel consorzio sociale e culturale. Dall’altro lato, abbiamo il già citato abate De l’Epée che fonda, in Francia, una scuola pubblica basata sull’insegnamento dei segni metodici, in quanto meno dispendioso e migliore dell’insegnamento orale e non compromette lo sviluppo intellettivo dei ragazzi. Anche per l’abate, la parola è necessaria ai fini comunicativi e sociali, nonostante ciò il linguaggio orale non è l’unica possibilità comunicativa possibile tra gli uomini, egli è convinto che il pensiero preesista al linguaggio e che i sordi debbano e possano esprimersi per mezzo dei gesti, linguaggio naturale e “speciale” ricco di significati.

Due pensieri differenti, che pur formatisi due secoli fa, persistono ancor’oggi nella stessa forma e con lo stesso vigore. Ricordiamo che questa contesa è discussa da persone udenti e non sorde, quest’ultime sanno quello che vogliono e stanno lottando per ottenerlo: il riconoscimento della Lingua dei Segni, quale lingua naturale dei sordi.

La situazione attuale italiana presenta da un lato, la prospettiva medico-riabilitativa, che adotta il metodo orale poiché si pone l’obiettivo di insegnare al bambino sordo solo la lingua italiana parlata e scritta, facendo in modo che eviti ogni tipo di contatto con i suoi consimili, affinché non possa apprendere la Lingua dei Segni, scegliendo strategie riabilitative, tra cui la protesizzazione, la terapia logopedica, e la permanenza del bambino sordo, il più lungo possibile, nella comunità degli udenti. Dall’altro lato, emerge la prospettiva culturale, che adotta il metodo bilingue poiché si pone l’obiettivo di insegnare al bambino sordo, sì la lingua italiana, ma facendo anche uso della Lingua dei Segni, perché sfruttando il canale visivo integro delle persone sorde, si possono trasmettere a loro tutte le informazioni possibili, in tempo reale, permettendogli così una piena partecipazione, in funzione paritetica, all’interno delle relazioni comunicative. Questa prospettiva si è diffusa negli ultimi anni, quando la sordità inizia ad essere considerata anche in ambito psicopedagogico e non più e non solo clinico.[1]

La proposta bilingue nasce negli ultimi vent’anni, dopo che per secoli, in Italia il metodo orale non ha prodotto gioiosi risultati, se non qualche sporadico caso, mentre nel resto della popolazione sorda ha provocato risultati nefasti, tanto da incentivare la comunità dei sordi ad isolarsi di più e rinchiudersi in disagi e sofferenze psicologiche, in quanto il focalizzarsi su un unico obiettivo, parlare bene, ha fatto dimenticare agli educatori l’importanza di costruire una vera e propria identità e la relativa capacità di relazionarsi con gli altri.

Di fronte ai continui insuccessi scolastici dei bambini sordi, alcuni educatori hanno cominciato a studiare, cercando di capire il perché ed il come i sordi non riescono ad apprendere la lingua italiana ed in che modo, con quali strategie e tecniche rispondere ai loro bisogni di istruzione.

Attualmente sono tre i metodi proposti per l’educazione del sordo: il metodo orale, il metodo bimodale e il metodo bilingue. Sono percorsi che vengono scelti ed eseguiti principalmente dai logopedisti: figure sanitarie, specializzate nell’educazione e rieducazione alla comunicazione orale e scritta. Vediamoli nel dettaglio.

1. 3. 1. IL METODO ORALE

Il metodo oralista si basa principalmente sull’ideologia che il sordo debba assolutamente parlare e non esprimersi in Lingua dei Segni. Il bambino viene immediatamente protesizzato. In questo percorso sono vietati i gesti in quanto ritenuti controproducenti per lo sviluppo della lingua parlata.

“Il sistema comunicativo di riferimento per l’educazione del bambino sordo deve essere quello della lingua orale, utilizzando anche strategie visive quali la labiolettura, la lettura e la scrittura precoci”.[2]

Famosi sostenitori del metodo oralista, in Italia, sono Del Bo e De Filippis che operano a Milano. Questo metodo è più terapeutico che educativo, si basa molto sulla logopedia, coinvolge nel lavoro tutta la famiglia con conseguenze psicologiche sul bambino, poiché i suoi genitori si trasformano in insegnanti che continuamente correggono la sua pronuncia.[3]

Il vantaggio del metodo è limitato ad un buon apprendimento della lingua italiana parlata e scritta; mentre gli svantaggi sono preoccupanti, in quanto il  bambino sordo subisce una subdole emarginazione familiare e sociale fin dalla prima infanzia, patisce continue correzione e frustrazioni, non partecipa ai dialoghi in casa, non riceve la narrazione delle favole, non esprime sentimenti e paure in modo appropriato all’età, recepisce in modo frammentato ed in ritardo l’input linguistico semplificato e ridotto nei contenuti e nella forma.

Focalizzarsi solo sull’apprendimento della lingua italiana, vuol dire percorrere la via dell’omologazione, tutto questo non aiuta i genitori del bambino ad accettare la sua sordità, anzi rafforza la sua negazione. Questo metodo è il più rischioso perché compromette lo sviluppo di tutte le competenze, specie quello psicologico, in quanto il bambino si percepirà come una persona riuscita male e non svilupperà una propria identità di appartenenza alla comunità degli udenti.

1. 3. 2. IL METODO BIMODALE.

Il metodo bimodale o visivo si basa sulla modalità linguistica uditiva supportata dalla modalità visivo-gestuale, poiché il bambino sordo non riesce a memorizzare tutte le parole vocali, in quanto non riceve feedback che stimolino la sua memoria uditiva, come avviene negli udenti, si cerca attraverso il sostegno dei gesti d’inviare dei feedback e sviluppare la memoria visiva.

In pratica, ci si esprime seguendo la struttura sintattica della lingua italiana, col supporto dei gesti. In questo percorso il logopedista lavora sempre su tre aspetti: la stimolazione fonoacustica, la lettura labiale e lo sviluppo cognitivo linguistico.[4]

Si tratta di un mixer che a sua volta si distingue in Italiano Segnato (IS) quando si comunica oralmente col supporto dei segni e in Italiano Segnato Esatto (ISE) quando si comunicano attraverso la dattilologia tutti gli articoli, le preposizioni, le desinenze, le coniugazioni dei verbi, i generi, perché queste parti del discorso sono le più complesse da apprendere per i sordi in quanto, come evidenziano alcune ricerche, le preposizioni, i generi, le desinenze, essendo parti piccole del discorso, quasi non si notano sulle labbra ed hanno valenze e significati complessi all’interno della frase.

Ai genitori che chiedono il metodo bimodale, viene chiesto di seguire un corso di Lingua dei Segni Italiana e la disponibilità a far incontrare il loro bambino con altri coetanei ed adulti sordi.[5]

Il metodo bimodale non presenta grandi vantaggi perché usa in contemporanea due modalità comunicative differenti, ciò rischia di provocare nel bambino sordo disorientamento comunicativo e di annullare ogni oggettiva limitazione comunicativo-interpertativo. La comunicazione bimodale non è un tipo di lingua naturale, ma un’espressione dell’oralismo puro.

1. 3. 3. IL METODO BILINGUE

Il termine bilingue sta ad indicare la conoscenza di due o più lingue che un soggetto usa regolarmente. Famosi ricercatori linguistici, come Grosejan e Volterra asseriscono che il bilinguismo nella modalità Lingua dei Segni e Lingua Italiana sia l’unico modo in cui il bambino sordo potrà soddisfare i suoi bisogni, che sono quelli di comunicare con i propri genitori, sviluppare le abilità cognitive, acquisire conoscenza del mondo e relazionarsi culturalmente al mondo degli udenti e dei sordi.

L’educazione bilingue si diffonde nello stesso periodo in cui si diffonde il metodo bimodale, intorno al 1991, e prevede di esporre il bambino sordo contemporaneamente sia alla lingua italiana sia alla Lingua dei Segni, rispettando le strutture grammaticali di ognuna, senza che queste si sovrappongano.

L’educazione bilingue non può essere definita un metodo perché è un percorso educativo, in cui il bambino apprende la lingua italiana con la logopedista, la Lingua dei Segni frequentando persone sorde o udenti che conoscono la LIS.[6]

Tra il metodo bimodale e il metodo bilingue, alcuni autori prediligono quest’ultimo in quanto considerano la persona sorda un soggetto biculturale che appartiene a due comunità: quella degli udenti e quella dei sordi, ognuna delle quali ha un proprio sistema comunicativo, ha una propria cultura, dei propri valori, un proprio modo di concepire l’essenza fenomenica.

Secondo Danielle Bouvet, logopedista e ricercatrice linguistica, attraverso un bilinguismo cosciente e coordinato, la persona sorda può costruire la sua identità ed accedere sia alla sua cultura sia a quella della comunità udente.

Impostare un’educazione solo orale o solo segnica, non permetterebbe al sordo di agire in piena autonomia nella società. Comunicare con una sola modalità non aiuta a superare le barriere architettoniche; la persona sorda vive sempre situazioni di abbandono, di esclusione dalla vita sociale. Se si adotta un’educazione bilingue, rispettando la Lingua dei Segni dei bambini sordi, non potremmo che ottenere molti vantaggi, tra i quali, i sordi avrebbero un sistema comunicativo chiaro e comprensibile, non rimarrebbero indietro nello sviluppo comunicativo poiché possiamo comunicare con loro in tempo reale qualsiasi informazione. Inoltre, l’acquisizione della Lingua dei Segni favorisce un più funzionale corretto apprendimento della lingua italiana parlata e scritta. Attraverso un’acquisizione reale della competenza linguistica, i sordi non si limiteranno a scrivere ed a parlare in modo meccanico, ma riusciranno a comprendere, a produrre ogni singola parola che apprenderanno, a saper trasferire i loro apprendimenti al di fuor del contesto scolastico.[7]

Il metodo bilingue, oggi, non viene scelto solo dai genitori sordi, ma inizia ad essere considerato anche dai genitori udenti che hanno un livello culturale medio alto. Attualmente, si sta acquisendo sempre più la consapevolezza che il bambino sordo debba essere messo nelle condizioni di comunicare subito con la madre, con la sua famiglia e l’ambiente circostante, per evitare che al deficit uditivo si aggiungano altri problemi relativi alla psiche e all’apprendimento.

Per quanto riguarda l’attuazione del metodo bilingue nella scuola è stata pensata la necessità d’inserire una nuova figura educativa essenziale per la crescita e l’integrazione del bambino sordo: l’assistente alla comunicazione.

Alla base di questo metodo vi è l’ideologia che il bambino sordo possa apprendere la lingua italiana con gli stessi tempi e le stesse modalità di un bambino udente, senza negargli l’apprendimento della sua lingua naturale: la Lingua dei Segni.

La Lingua dei Segni è un ottimo strumento d’integrazione che può essere adottato sin dalla scuola dell’infanzia, in quanto permette al bambino di poter usufruire delle conoscenze e delle informazioni dall’ambiente esterno in tempo reale, di poter comprendere al meglio la lingua italiana, di poter dare un significato a quei suoni per lui “silenziosi” e privi di senso e feedback.

“La strada del bilinguismo sembra dunque, per alcuni, la via più naturale ed ecologica per l’educazione al linguaggio del bambino sordo, una strada che tiene conto delle sue reali capacità e potenzialità. L’importante è garantire al bambino sordo una comunicazione ricca e soprattutto comprensibile.[8]

Grosjean Francois, professore e ricercatore psicolinguista, sostiene, infatti, sulla base dei risultati di numerose ricerche sul bilinguismo e biculturalismo nelle persone udenti, che poiché nessuno si pente di conoscere due lingue e di appartenere a due culture, i bambini sordi hanno pieno diritto a crescere bilingui.

Infatti, il percorso educativo bilingue non presenta alcun svantaggio, mentre numerosi sono i vantaggi rilevati, in quanto trattasi di una comunicazione naturale, che il bambino sordo può gestire e manipolare in modo completamente autonomo e spontaneo; sviluppa un linguaggio interno, conosce la realtà, vive le stesse tappe dei bambini udenti, sviluppa tutte le competenze, i genitori non negano la sordità, ma lentamente comprendono che essa non è una disgrazia; non si percepisce come un soggetto riuscito male, ma come un soggetto partecipe alla vita, la logopedia è meno invadente sul linguaggio verbale, conosce ed appartiene alla comunità dei sordi ed acquisisce una buona sicurezza ed autostima nel vedere i suoi simili.

“La scelta metodologica assume una fondamentale importanza perché direziona semanticamente e didatticamente il progetto rieducativo ed esistenziale dell’individuo affetto dalla minorazione uditiva. In questo senso la prospettiva della personalizzazione (differenziazione) educativo-didattica degli interventi rieducativi da realizzare in ambito scolastico ed extrascolastico diventa una scelta obbligata, in quanto risulta concretamente funzionale per rispondere attentamente ai bisogni formativi dell’alunno con deficit uditivo”.[9]

Per i discenti sordi, sarebbe necessario elaborare ed organizzare piani educativi individualizzati integrati, che armonizzino i momenti di didattica speciale con quelli di didattica generale, sulla base di traguardi formativi comuni, al cui raggiungimento l’alunno sordo partecipa in modo personalizzato. Occorre muoversi nella dinamica della flessibilità, cercando di essere aperti ad ogni possibile modalità che possa aiutare il ragazzo a raggiungere i suoi obiettivi, anche con usi e modalità differenti, a seconda dell’abilità funzionante dell’alunno.[10]



[1] Cfr. P. GASPARI, op. cit.,  pp. 20-21

[2] M.C. CASELLI, S. MARAGNA, V. VOLTERRA, Linguaggio e sordità…, op. cit., p. 195

[3] Cfr. S. MARAGNA, La sordità…, op. cit., p. 35

[4] Cfr. Ibidem, p. 36

[5] Cfr. R. BOSI, S. MARAGNA, R. TOMMASSINI, L’assistente alla comunicazione per l’alunno sordo, Franco Angeli, Milano 2007, p. 18

[6] V. VOLTERRA, La lingua dei segni italiana  – La comunicazione visivo-gestuale dei sordi, Il Mulino, Bologna Nuova Edizione 2004, p. 16

[7] Cfr. P. GASPARI, op. cit., p. 26

[8] V. VOLTERRA, La lingua…, op. cit.,  p. 205

[9] P. GASPARI, op. cit.,  p. 111

[10] Cfr. Ibidem,  pp. 179-180